Premestruale for dummies

Ventisei anni di vita, di cui quattordici da quando “sono diventata una signorina”, mi hanno convinta di una terrificante verità: il vero nemico sono gli ormoni.

O meglio, il modo in cui fanno dei fottutissimi balletti su e giù per il nostro disgraziatissimo corpo, più che mai in quei giorni.

E qui ci vorrebbe uno stacchetto con la colonna sonora di Profondo Rosso.

Qualunque lettrice XX potrà capire a cosa mi riferisco.

Quei miei venticinque lettori XY, se hanno avuto una fidanzata almeno una volta nella vita, proveranno ancora un brivido di terrore lungo la schiena ripensandoci.

C’è qualcosa di totalmente illogico in cosa ci succede nella nostra testa durante i giorni che precedono il ciclo. Un tip tap di sinapsi impazzite che ci suggeriscono ossessive di attaccar briga con tutti.

Tipo:

Guardarsi allo specchio e vedersi orribili.

Trascorrere quaranta minuti ogni mattina a provare vestiti che tanto ti stanno tutti ir-ri-me-dia-bil-men-te male, e arrendersi alla cosa più larga e informe che il tuo armadio custodisce.

Impiegare mezze ore a tentare di dare ai capelliuna forma che non vogliono prendere. Perché no, ma quale piega, loro hanno deciso che per una settimana vogliono pendere inerti come spaghetti ammuffiti, unti, senza vita. Giusto per sottolineare ancora di più quelle occhiaie da tossica che nemmeno il più potente dei correttori potrà nascondere.

jess

Ieri ho pianto per il finale di Love Actually. Tutta quella gente si abbracciava all’aeroporto, tutto quell’amore, quei sorrisi, quel brio… Non me ne sono nemmeno accorta. Un attimo prima bevevo una tisana, e un attimo dopo stavo lacrimando come un vitello scannato. Ho pianto anche per una mamma che allattava il suo neonato al bar. Mi ha guardata come se fossi un alieno ed ha cambiato tavolino. L’altro ieri è stata colpa di un servizio del TgDue sui primi anni Duemila (i Blue continuano ad avere un effetto devastante sul mio umore). Tre giorni fa, se non erro, c’entravano i bambini che cuciono jeans a Taiwan per un dollaro al giorno. O forse era una vecchietta che spingeva la carrozzina del marito. O più probabilmente entrambi.

Ho anche litigato con una vecchia che si portava appresso un carlino spelacchiato, e non avete idea della soddisfazione perversa che mi ha dato urlarle in faccia che poteva andarsene da un’altra parte a rompere le scatole.

Se cercate sul DSM5 -il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali- scoprirete che le hanno dedicato una voce tutta sua.

“Sindrome Disforica Premestruale: le sue caratteristiche essenziali sono l’espressione di labilità dell’umore, irritabilità, disforia, e sintomi ansiosi che si presentano ripetitivamente durante la fase premestruale del ciclo e regrediscono con l’inizio delle mestruazioni, o poco dopo. Questi sintomi possono essere accompagnati da sintomi comportamentali e fisici”.

In poche parole, quando il livello dei nostri estrogeni crolla drammaticamente, ecco che si fa sentire più prepotente che mai la nostra vocina interiore. Ed il suo messaggio è uno e ben chiaro:

FAI SCHIFO.

Eh sì, signori della Corte, quella vocina interiore per una settimana o -se sei particolarmente fortunata- anche di più non fa che ripeterti ossessivamente che fai schifo.

Schifissimo.

Ti è venuto un brufolo sul naso? è perché fai schifo.

Non ti entrano più quei pantaloni comprati lo scorso inverno ai saldi? Fai schifo.

Il tuo capo non apprezza come speravi un tuo lavoro? è perchè non c’è nulla da apprezzare. E tu fai schifo.

Litighi con la tua migliore amica? Sei una persona orribile e non meriti l’amore di nessuno. Insomma fai schifo.

Vorresti assolutamente quel vestito fasciante e scollatissimo visto in vetrina qualche giorno prima da Zara? Sei povera. E dove vuoi andare con quella roba addosso, che tanto la tua vita fa schifo.

xena

Bevi un bicchiere di troppo? E giù di chiamate notturne all’ex di mesi e mesi prima in cui piagnucoli che ti manca d

a morire e da quando vi siete lasciati fa tutto schifo.

Quel ragazzo conosciuto qualche sera prima non ti richiama? Beh, indovinate un po’…

E avanti così per giorni e giorni. In-con-so-la-bi-le.

Finché un giorno, magicamente, come si diceva un tempo “arriva il marchese” e passa tutto. Forse non fai poi così schifo. Ti senti brillante, simpatica, socievole, affascinante. Stringi rapporti sociali, hai voglia di far cose, sei fiera delle tue capacità. E quel vestito, alla fine, te lo compri anche, e sul momento ti sembra che ti stia divinamente.

Ma hai poco da abituarti alla pacchia. Nel giro di tre settimane sei punto e a capo.

E ti ritrovi a fissare sconsolata quel vestito, chiedendoti che diavolo ti sia passato per la testa di comprartelo, che pressata lì dentro sembri un insaccato della miglior tradizione norcina.

Insomma, passi su per giù metà del tuo mese a combinare disastri e l’altra metà a tentare disperatamente di porvi rimedio.

E non ci riesci nemmeno sempre.

E in tutto questo devi funzionare. Lavoro relazioni casa amici dignità – tutto deve proseguire senza apparenti intoppi.

E intanto piangi per la pubblicità della Lines, quella con la bambina vestita da pirata. Giuro che a me è successo.

Che poi, ci sarebbe anche un’alternativa: chiudersi in casa per una settimana a guardare repliche di Friends attendendo che passi la tempesta.

Che tutto sommato, un paio di canzoncine di Phoebe e passa la paura.

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Torino, l’Autunno e.

Sono le tre di notte e poco fa, mentre rientravo a casa stringendomi nella mia giacchetta da mezza stagione maledettamente troppo leggera, pensavo a quanto sei bella.

Bella in questa brina di ottobre, impregnata di memorie sfuocate che lasciano solo una sensazione vaga, come il sapore di una torta addentata molte lune fa.

Bella come il rabbrividire incoscientemente mentre si passeggia sotto i portici lasciando correre quel po’ di pelle d’oca smarrita.

Bella come un gelido pomeriggio in piazza Solferino, a tirare le somme di pezzi di vita dimenticati qua e là.

Bella come gli amanti che il tempo si è portato con sé, ed il cui viso rimane una combinazione confusa e casuale di lineamenti.

Bella come queste foglie sbiadite.

Ed io, io che non ho mai scritto lettere d’amore, adesso me ne sto qui seduta nel mio letto, ed ascolto la città che scorre sotto i miei piedi, considerandomi un’amante ingrata perché mai, prima d’ora, ho trovato le parole per spiegare la tua meravigliosità- meravigliosezza? meravigliosaggine? meravigliositudine? o quel che cazzo può significare questo poco delicato pugno nello stomaco, questo senso di mancanza per cose che forse non si sono mai vissute, o forse sono scivolate fra le dita prima ancora di riuscire a provarne lo sfuggevole sapore.

Però, sai, stanotte mentre passeggiavo per le tue vie nebbiose, rimuginando sul fatto che potrei trovarmi a lasciarle da un momento all’altro, ho sbattuto di nuovo il muso contro tua essenza.

Ho ritrovato in un cassetto il piacere discreto delle tue piovose vie, il tuo acciottolato scivoloso, quell’esercito di ombrelli, quell’austera eleganza, gli zaini degli studenti che rientrano da scuola a pranzo, i cappotti che fuggono frenetici, i cortili nascosti, i caffè presi al volo al banco di un bar all’angolo, il Po in piena, i viali del Valentino morbidi sotto le foglie umide, Palazzo Nuovo che scola parole stampate, libri e mattoni, la passeggiata del parco fino a corso Dante, il tè in un bar di San Salvario, la mostra scoperta per caso a Palazzo Madama, i festival in arrivo, i portici gocciolanti, quelle gocce di malinconia che ti entrano dritte nelle ossa.

E mentre percorrevo via Madama, e la condensa mi si poggiava sulle braccia e sui ricordi, ho pensato che mai sei stata bella come in questa notte d’autunno.

Tu, proprio tu che, ironia della sorte, te ne sei sempre un po’ fregata di essere bella.

E che, in fin dei conti, sommessamente sei sempre stata la più bella, e la più amara, di tutte.

About Festa della Donna, o quel che è

E’ tutto molto bello.
Scendiamo tutt* in piazza, sventoliamo bandiere, urliamo slogan, blocchiamo i mezzi, scioperiamo (?), condividiamo post, poesie, citazioni, regaliamo mimose, viva le donne, viva la parità dei sessi, etc etc etc.
Oggi mi sono alzata e la mia home pareva il circolo di amiche di Simone de Beauvoir. Ci siamo svegliati tutti antisessisti, a quanto vedo. Uh che bello. Uh che gioia. Era ora, direi.

Però.
Però, quindi, ci sono una serie di cose che mi aspetto per i tempi a venire.
Tipo, mi aspetto di non sentire più uscire dalla bocca di nessuno di voi la parola puttana, o i vari similia che la nostra meravigliosa lingua ci offre, ad indicare una donna dalle abitudini sessuali che non garbano a voi. O che con voi non ci è stata. O che ci è stata.
E parlo anche a voi, fanciulle: non è proprio linguisticamente corretto dare della zoccola alla sventurata che si è messa con l’uomo che piaceva a noi.
E mi aspetto che vi prendiate la briga di spiegarlo ai vostri conoscenti che le useranno.
Mi aspetto che vi incazziate ogni giorno per l’abominio insensato dell’obiezione di coscienza. E mi aspetto che non vi permettiate mai di esprimere giudizi non richiesti sulle scelte che farà la vostra vicina di casa.
Mi aspetto che vi dia fastidio quanto lo dà a me sentirmi chiamare “Signorina” ed il collega collega maschio al mio fianco “Dottore”.
Mi aspetto che voi fanciulli non vi sentiate lesi nella vostra maschialfitudine quando vi offro un passaggio, o rifiuto il vostro.
Mi aspetto che non facciate mai, mai più insinuazioni su come una vostra collega abbia raggiunto una posizione lavorativa di prestigio.
Mi aspetto che non ridiate più per quelle squallidissime barzellette a sfondo pseudosessuale che si sentono troppo spesso in tv.
Mi aspetto che nessuno si azzardi mai più a schernire le lacrime di un altro uomo.
Mi aspetto che non commentiate mai più con acidità il modo di vestire di una vostra amica, o quello di svestirsi.
Mi aspetto di non leggere mai più commenti sulle donne troppo grasse, o troppo magre, o troppo piatte, o troppo muscolose, o troppo poco femminili, o troppo curve, o troppo secche.
Mi aspetto di non vedervi mai più voltare la testa dall’altra parte di fronte ad una prepotenza.
Mi aspetto di non dovermi più sentire minacciata nel percepire la superiorità di forza dell’uomo che ho di fronte.
Di non dover giustificare le mie scelte, le mie relazioni, il mio non avere relazioni.
Mi aspetto di non dovermi mai più imbarazzare nel dire che ho le mestruazioni.
Mi aspetto di non dovermi mai più sentir dire che una signorina non si comporta così, una signorina certe cose non le dice, una signorina si ricorda di comportarsi da principessa anche quando beve, una signorina sta al posto suo.

E, soprattutto, mi aspetto che queste ed altre cose le pretendiate anche voi, ogni giorno, a dispetto del fatto che questo vi farà discutere o scontrare con amici e familiari. O vi farà etichettare come “Diocheppallechesei”.

Perché altrimenti posso solo suggerirvi dove potete infilarvi le vostre poesie, i vostri slogan, le vostre mimose.
Oh, pardon. Una signorina certe volgarità non le deve dire, no?

Brevi storie di ordinaria solitudine – Il cappotto verde

Lei attraversa la strada in diagonale, incurante delle macchine che le sfrecciano accanto.

La coda del vecchio cappotto verde infeltrito che porta addosso -non importa che stagione sia- svolazza leggermente per il passaggio di un’auto maledettamente troppo al brucio. Un clacson suona scazzato. Lei volta lentamente la testa, con un movimento quasi impercettibile, e poi riprende la sua camminata.

Sempre in diagonale. Sempre lentamente. Sempre senza fretta.

Dev’essere uscita dalla pizzeria, penso. Sono le dieci di sera e torna a casa dopo aver consumato una pessima pizza nell’unica pizzeria di zona. Per un attimo la immagino, seduta al tavolo di fronte al televisore, lo stesso che ogni domenica, da vent’anni, i proprietari le riservano. Sanno che le piacciono le trasmissioni di Bonolis, quelle caciarone con un sacco di gente che si umilia gratuitamente e bellissime ragazze che ballano la samba, e per quanto possono cercano di accontentarla. Tranne quando gioca la Juve. Quando c’è la Vecchia Signora, nella pizzeria di via Nizza tutto si ferma.

Me la vedo, ad ordinare una pizza quattro stagioni ed una birra.

“Con tanti carciofini, la pizza. Bionda, Moretti, media, la birra. E mi raccomando alla schiuma”.

La vedo girare nel quartiere da quando ho ricordi. Non sembra davvero anziana, eppure non riesco a credere che sia mai stata davvero giovane.

Si può nascere vecchi? Si può rimanere per un’intera esistenza inchiodati allo stesso, identico giorno? Mese? Anno? Vita?

Un cappotto sgualcito, le spalle curve, i capelli un po’ neri ed un po’ grigi, un po’ pettinati ed un po’ arruffati, né sporchi né puliti, le spalle curve, le borse della spesa tra le mani. Da sempre così.NGS Picture ID:1330287

Non l’ho mai vista parlare con nessuno.

Entra in panetteria, ordina, paga ed esce.

Entra al bar, chiede un caffè, se lo fa macchiare, paga ed esce.

Lancia uno sguardo alle pesche del fruttivendolo, chiede quanto fanno al chilo, scuote la testa, no, decisamente troppo, è ancora presto per le pesche, riprende le sue borse della spesa e se ne va.

Lenta, sguardo abbassato, andatura cadenzata.

Gli occhiali le scivolano sul naso, ma lei li lascia andare per la loro strada.

Se possibile, devono essere ancora più vecchi di lei. E quanto sono spessi! Sono gli occhiali più spessi che abbia mai visto. Da piccola ricordo che rimanevo sempre impressionata dalle loro dimensioni. Mi figuravo che prima o poi le avrebbero scavato il naso fino a sbucare dall’altra parte e zac! tranciarglielo via, di netto. Lo pensavo mentre stavo in coda dal macellaio con mio padre e lei attendeva dietro di noi. Senza guardare nessuno, senza parlare.

In quei sabati mattina della mia infanzia, quando accompagnavo papà a fare la spesa, il pellegrinaggio dei negozi era un tripudio di “Oh, ma che bella bambina!” “Oh, ma com’è cresciuta!” “La vuoi una caramella? Lo vuoi un pezzo di parmigiano? La vuoi una ciliegia?” “Quant’è simpatica!”.

Ma lei no. Lei restava immobile, ignorandomi. Non mi faceva mai un sorriso, mai una carezza, eppure ci vedevamo tutti i sabati, pensavo, che le avrò mai fatto? Sarà colpa di quegli occhiali troppo pesanti se non riesce a sorridere? E non si preoccupa per le sorti del suo naso?

Non aveva lo sguardo cattivo, anzi. Mi ispirava fiducia. Solo, era altrove.

Non credo che sia invecchiata, da allora. E davvero, non credo in cuor mio che sia mai potuta esser più giovane di così.

Crescendo ho smesso di rimanerci male per i sorrisi mancati ed i saluti non ricambiati.

Semplicemente, ho smesso di farci caso.

Poi ho smesso di ricordarmi di salutarla.

Alla fine, devo aver smesso di vederla.

Ma stasera, quando per caso l’ho notata attraversare la strada, con la sua consueta cadenza incurante, qualcosa è tornato alla mente. Come quei ricordi d’infanzia che pensavi seppelliti sotto montagne d’inutile ciarpame mnesico e poi, inaspettatamente, tornano alla luce. Solo che non era un ricordo. Era qualcosa di simile alla consapevolezza dell’esistenza di qualcuno che, semplicemente, avevi archiviato.

E lei, sempre uguale a se stessa, imprigionata a quell’età indefinita che potrebbero essere sessanta come ottanta come millecinquecento anni, sempre stretta alla sua distratta solitudine, come sempre all’oscuro della mia esistenza, tornava a casa.

Assolutamente ignara del fatto che io, dall’altro lato del marciapiede, da quando avevo su per giù quattro anni la osservo e mi chiedo che farà? Dove abiterà? Che mangerà? Parlerà mai con qualcuno? Avrà qualcuno che le fa gli auguri a Natale? Avrà mai dato un bacio sulla bocca? Lo laverà mai, quel cappotto? Lo saprà, che esistono le lenti a contatto?

Nel frattempo sono diventata donna, o perlomeno così fingo.

Ma a volte ancora mi sorprendo a chiedermi se il suo naso sarà in grado di resistere a tutto quel peso, o prima o poi cederà.

Dopo qualche secondo svolta l’angolo e sparisce nella nebbia della sera.

Forse una tisana, una lettura veloce a Famiglia Cristiana, e poi si spegne la luce.

Fino a domenica prossima.

“Con tanti carciofini, la pizza. Bionda, Moretti, media, la birra. E mi raccomando alla schiuma”.

De tu querida presencia, Cuba

Vivir bien es mi venganza” recita una scritta sul muro di un locale gay di Santa Clara, nell’entroterra cubano. Vivere bene è la mia vendetta.

Vivere bene nonostante il divieto di costituire associazioni LGBT valesse ancora fino a pochi anni fa.

Vivere bene nonostante il machismo imperante, quel dovere morale, quasi obbligo, di indirizzare apprezzamenti e versi ad ogni donna che si incontra per strada, perché così capiscono chi è il vero maschio.

Vivere bene e ballare la salsa con tutta l’energia che si ha in corpo, nell’unica serata alla settimana in cui si può essere sé stessi senza avere paura delle conseguenze.

Vivere bene anche per quel ragazzo che camminava per conto suo sul lungomare di Cienfuegos, assorto nei suoi pensieri, con una borsetta al braccio, e procedeva a testa alta nonostante una decina di ubriachi lo seguissero fischiando, urlando e scimmiottando il suo passo.

Vivere bene anche per R., nonostante quelle lacrime che gli hanno velato gli occhi quando, una sera, mi ha raccontato del ragazzo francese di cui si era innamorato qualche mese prima, e che forse non avrebbe potuto rivedere mai più. Perché “Sai, per noi omosessuali quaggiù non è facile come da voi in Europa”. E anche perché il Governo concede molto raramente il visto di uscita ai suoi cittadini.

Vivere bene nonostante si sia nati in un paradiso terrestre da cui non è possibile essere cacciati, nemmeno volendolo.

Vivere bene nonostante i razionamenti mensili bastino sì e no per dieci giorni, e per il resto del mese ci si debba arrangiare, comprando quel che serve a peso d’oro.

Vivere bene nonostante capiti di dover girare mezza La Havana per trovare due uova.

Vivere bene nonostante la polizia non veda di buon occhio che cubani e stranieri facciano cose insieme, passeggino insieme, bevano una birra insieme, e allora parliamo inglese, su, fingiamoci stranieri anche noi, così non ci daranno fastidio.

E vivere bene nonostante noi, turisti che atterrano con molti soldi in tasca e pagano per una cena quello che un bracciante guadagna in un mese. Noi che sventoliamo i nostri iPhone e magari, sotto banco, a volte li rivendiamo pure al corrispettivo di dieci mesi di stipendio di un medico. Noi turisti che veniamo accolti a braccia aperte, coccolati, serviti, riveriti ed intanto additati come l’esempio da non seguire, l’esempio di una civiltà del consumo che sta poco a poco collassando su se stessa. Noi turisti che ci chiediamo se, in fin dei conti, non abbiano molta più ragione loro.

Cuba, terra di passioni e massacri, terra di schiavismo e colonialismo, di dittature, rivoluzioni, altre dittature. Terra di contraddizioni continue. Terra rossa come i campi del Valle del Silencio di Viñales, attraversati da campesinos a cavallo che sembrano inchiodati in un tempo antico.

Un Paese con una delle Sanità migliori del mondo, con l’istruzione gratuita per qualsiasi ordine e grado, dove tutti hanno una casa -anche se cade in pezzi-, un lavoro -o qualcosa di molto simile- e lo stretto indispensabile per campare, a fatica. Ma dove per arrivare alla fine del mese hai bisogno di avere due o tre lavori. Dove, se ti capita, un CUC o due al turista cerchi di spillarli, anche solo per un’informazione data al volo, ché magari con quei soldi ci paghi i fagioli per la cena di domani.

Cuba è un milione e più di cose che si affollano confuse negli occhi dello straniero, si accavallano, sgomitano tra loro per farsi spazio, e rimangono sempre non del tutto comprese.

Cuba sono i manifesti propagandistici ad ogni angolo di strada, il volto di Fidel Castro in ogni ufficio, le gigantografie del Che, le altisonanti frasi di celebrazione, il ricordare costantemente ai cittadini quanto siano uomini liberi in una terra dove è meglio non dire quel che si pensa ad alta voce.

Cuba sono le persone sedute sui gradini di casa ad ogni ora del giorno e della notte.

È l’indolenza delle afose giornate tropicali, quando l’aria è così densa da faticare a scendere nei polmoni ed il calore ti divora la pelle.

Sono le macchine dai mille colori, ma che hanno perso da decenni sospensioni, manovelle dei finestrini, specchietti retrovisori.

È il taxista che ha guardato perplesso me e la mia compagna di viaggio ed ha chiesto “Ma voi due viaggiate da sole? Così lontano? Una donna cubana non lo farebbe mai. Il suo uomo glielo proibirebbe”.

Sono le ventenni fasciate nei loro abitini che passeggiano ondeggiando per l’Habana Vieja accompagnando vecchi bianchi soddisfatti. È la mano di quei vecchi, ricchi bianchi sul loro sedere. È la loro risata compiaciuta.

Sono i suonatori che intonano Chan Chan e Hasta Sempre, Comandante in ogni locale, bar, discoteca, ristorante, strada, perché così il turista è contento e si sente un po’ più folkloristico.

Sono le decine di persone accampate fuori dai grandi alberghi per occidentali nel tentativo di captare un filo di connessione wifi al prezzo di due CUC all’ora, quando va bene. Di più, se compri la tessera al mercato nero. Sono le madri che cercano di videochiamare i figli lontani, quei pochi che sono riusciti ad andarsene, ed ora dall’Europa rimpiangono e rifuggono quella terra rovente.

È il cielo che si illumina a giorno, prepotente, durante le notti di tempesta tropicale.

Sono i bambini dell’Havana che ti rincorrono chiedendoti una caramella.

Le donne che ti avvicinano chiedendoti se non hai per caso una saponetta da regalare.

Sono le ragazze madri che ti chiedono qualche spicciolo per compare il latte in polvere al figlio.

E sono i cubani che ti mettono in guardia dai loro furbi connazionali.

Sono i ragazzi che ti fanno ballare in mezzo alla strada, ti prendono, ti fanno fare le giravolte, ti trascinano su e giù, e dalla scopa che eri finisci per sentirti una libellula.

Sono i vecchi che giocano a carte sulla porta di casa.

È l’anziano guardiano delle auto che armeggia per mezzora con il suo BlackBerry malandato, nel tentativo di mostrarci le foto dei suoi figli, imprecando contro una rotellina che continua a staccarsi e rotolare a terra. Sono i suoi occhi pieni d’orgoglio quando ci mostra la sua famiglia e ci dice “Sappiate che Nelson è sempre qui, ogni notte, nello stesso punto, a fare il suo lavoro. Quando tornerete all’Havana mi troverete ancora qui”.

Sono le pareti colorate. L’odore di papaya ed immondizia nelle strade. Le macerie dell’Havana, la sensazione di esser stati catapultati nel teatro di un bombardamento. Le strade sconnesse, le voragini, i sacchi della pattumiera e gli alberghi di lusso a due passi da lì, con le loro facciate scintillanti, opulente, ammiccanti.

Sono i calessi che procedono lentamente ai bordi dell’autostrada.

Sono gli immensi resort per occidentali, dove gli stranieri si rifugiano al sicuro da truffe, gastroenteriti, cattivi odori, e dai quali escono ogni tanto la sera per andare a ballare ed illudersi di aver conosciuto il vero spirito dell’isola.

Uno spirito che, forse, nemmeno i cubani stessi hanno ancora avuto modo e tempo di capire.

Nel frattempo, tra una corsa di tre ore in taxi ed una crisi cittadina perché è finita la carta igienica, tra un turista che ti dorme in camera ed un funzionario che viene a riscuotere le tasse, trascorrono lente e sudaticce le giornate. Forse tra sei mesi comparirà un nuovo hotspot per il wifi in centro. Forse tra due anni finalmente mi concederanno il visto di uscita. Forse tra qualche anno avrò risparmiato i 5000 CUC che mi servono per comprare casa mia. Forse quando sarò vecchio potrò vedere l’Europa. Forse tra qualche anno la vita sarà un po’ più facile.

Forse. Lentamente.

I dieci tipi umani di Tinder di cui non sentivamo la mancanza

1) Il tizio che carica qualsiasi immagine, fuorché una sua foto.

Ovvio, in un’app che funziona più o meno come il mercato delle vacche perché mai a qualcuno dovrebbe interessare avere una vaga idea di che faccia tu abbia? In realtà sto scorrendo le tue foto perché morivo dalla voglia di sapere che adori Truffaut, Jim Morrison e le camelie. Come no.

2) Il tizio con la reflex davanti agli occhi.

Oh, un fotografo. OMG, soooooo original.

3) Il pilota.

Ritratto alla guida di una macchina non sua esposta in qualche padiglione/raduno/salone, esibisce la stessa espressione di pura ed ineguagliabile gioia di un bimbo di quattro anni a Disneyland.

Quindi, mi stai dicendo che sei infognato di automobili.

Di automobili.

Aspetta, non l’ho sottolineato con abbastanza enfasi: Di. Auto. Mobili.

E me lo stai pure venendo a dire. Fai tu.

4) Il tizio che pubblica solo un dettaglio del volto.

Poi vai a stalkerarlo su Facebook e scopri che dietro quel capolavoro di narice si cela il cugino di primo grado della mummia di Similaun.

5) Il tizio che si finge uomo d’affari con una foto scattata mentre parla al cellulare.

Sguardo assorto, perso a contemplare l’infinito. Giacca nera, primi due bottoni della camicia sbottonati, mano destra in tasca.

Sopracciglia aggrottate in un’espressione che urla “STO SALVANDO LE SORTI DI WALL STREET E DELL’INTERA ECONOMIA MONDIALE IN QUESTO MOMENTO, COCCA, QUINDI SARA’ MEGLIO CHE TU MI MATCHI PRIMA CHE MI TOCCHI DI NUOVO PARTIRE PER ANDARE A TIRAR FUORI DAI GUAI QUEGLI INCAPACI”.

Con ogni probabilità dall’altra parte della cornetta c’è la zia Concetta che gli sta dicendo di tornare presto al paese, che gli prepara le orecchiette con le cime di rapa.

Come piacciono a lui.

6) Il fidanzato.

Lui. Faccione tondo, sorridente, sornione. Sudaticcio.

Mano sulla coscia di lei.

E lei. Al fianco. Sorrisone a trentadue denti in una foto delle vacanze dell’estate prima a Milano Marittima. Sullo sfondo con un po’ di attenzione si scorgono la ruota panoramica ed il paninaro unto che vende panini con la salamella fino alle cinque del mattino.

Che rimani qualswipedche secondo a fissare quella foto, incredula, con una sola frase che ti ricircola in loop nel cervello: “Ma mi pigli per il culo, sì?”.

7) Lo sposato.

Stesso quadretto idilliaco sopra descritto. Solo che lei indossa un abito bianco e lui ha perso il contatto con la -du
ra- realtà svariati Martini prima.

Sullo sfondo, nonno Bartolo che ci prova con la storica coinquilina della sposa.

8) Il papà.

Lui, l’ammiccamento, gli occhiali da sole cool ed il bimbo nel marsupio.

Che va bene la regola di About a Boy sull’attrattività dei padri single, eh, ma se proprio volevo ereditare due pupi facili facili andavo a baccagliare al parco giochi il sabato mattina, non mi riducevo a cavarmi gli occhi su uno schermo minuscolo per capire se quella chiazza sulla tua maglietta è sudore o il rigurgito dell’ultima poppata.

9) Il conoscente.

LO SO CHE NON SEI DAVVERO COSÌ, IMBROGLIONE.

Vediamo se sorridi ancora così se tiro fuori quella foto della grigliata di Pasquetta del 2011. Sì, proprio quella in cui ti limoni il peluche di Chewbecca.
Truffatore.

10) Il viaggiatore.

A giudicare da quelle sei foto, è stato ovunque.

Spiagge paradisiache dalla sabbia bianchissima, cime montuose avvolte dalla nebbia, sentieri scoscesi nella giungla equatoriale. Pare il nano di Amelie.
Spesso e volentieri sfoggia in allegato gli addominali più tamarri che si sian visti in circolazione dai tempi dei calendari di Costantino Vitagliano.

Sognando già viaggi avventurosi al suo fianco, due cuori ed uno zaino Decathlon, gli concedi il beneficio del like.
“Vedo che sei un giramondo!”

“Eh, lo ero. Io e la mia ex viaggiavamo tanto. Poi mi ha lasciato ed io mi son ripromesso di non viaggiare mai più, perché ogni cosa mi ricorda lei”.

Ed attacca a parlarvi di lei.

Vabbè. Mi sa che ad attraversare la Patagonia ci vado da sola.

Ancora un ballo, s’il vous plaît.

Un tempo ti avrei presa tra le braccia e fatta roteare fortissimo. Avrei avvicinato la testa al tuo collo, infilato furtivamente il naso tra i capelli color grano ed annusato il tuo odore d’erba fresca e muschio. Tu avresti riso e detto “Fai un po’ più piano, santo Cielo!” e la notte sarebbe volata.

Adesso invece queste gambe curve mi reggono appena ed ogni passo incerto che compio verso di te è una piccola, personale conquista. Tu mi sorridi interdetta, stringi la mia mano nodosa e ti lasci guidare. Te lo leggo negli occhi che sei perplessa, non capisci bene se ti voglio condurre a destra o a sinistra, accenno un passo di lato e poi torno indietro e tu fai fatica a star dietro ai miei tentennamenti.

Un tango risuona nella sala da ballo ed io non so bene a che ritmo muovermi, a che ritmo portarti in mezzo a questa folla che ci danza intorno disinvolta.

Quanto avvicinarmi a te senza sembrare troppo ardito, quanto rimaner distaccato senza svelare il vecchio impacciato che sono.

Alzo un attimo lo sguardo ed incontro il tuo: è giovane e vivace, perplesso ed al contempo divertito. Avrai non più di venticinque anni. La tua pelle è liscia e chiara, senza nemmeno una di quelle rughe che mi incidono la fronte da ormai molti inverni. I tuoi occhi fissano ostinati la mia spalla mentre a fatica cerchi di seguire il mio balletto impazzito.

Sì, sessant’anni fa ti avrei fatta ballare per tutta la sera. Da giovane ero un ballerino fenomenale e le ragazze, alle feste del paese, facevano a gara per aggiudicarsi una danza con me. E quando finalmente ci riuscivano mi sussurravano all’orecchio “Giura che sei soltanto mio”, ed io giuravo, giuravo sempre, giuravo anche venti volte per notte. Ché non lo potevano vedere che tenevo le dita balloincrociate, mentre le abbracciavo.

La fisarmonica suonava nella piazza del municipio, complice compagna di quegli amori acerbi che alleggerivano un po’ le nostre giornate spese in fabbrica, ed i miei piedi si muovevano leggeri su e giù per l’acciottolato.

Ed i tuoi mi seguivano senza fatica, Antonina. Antonina che di cognome non so più come facessi, questa sciocca testa d’anziano se l’è lasciato per strada. Però i tuoi seni li ricordo ancora benissimo, mi toglievano il fiato mentre mi ballavi stretta, così vicina che il profumo di cuoio che ti portavi dietro mi rimaneva addosso per giorni. Antonina la figlia del ciabattino, che “Oddio, speriamo che mio padre non passi di qui proprio adesso che sto ballando con te, o a casa me la farà vedere”. Antonina che te ne stavi tutto il giorno sull’uscio a lucidare le scarpe dei signori e poi la sera volteggiavi in piazza con la grazia di una spiga di grano mossa dal vento.

Antonina, te la ricordi quella notte di giugno in cui siamo scappati al mare e ci siamo addormentati sulla spiaggia? Ti ricordi quella sabbia umida che si infilava dappertutto, ed ha continuato a caderci dai capelli per una settimana? Ti ricordi i gabbiani, i pescatori, la luna d’estate, i fuochi sulle colline? E che ridere al mattino, quando arrivò Pinuccio, il figlio della Carmela, a biascicare che mezzo paese ci stava cercando, e tuo padre aveva giurato di non fartela passare liscia. “Ma io non l’ho mica capito il perché”, aveva aggiunto. Non era mica tanto furbo, il Pinuccio. Te lo ricordi, Antonina? Antonina…

Mi avvicino esitante al tuo orecchio e bisbiglio “Con te non le ho mai incrociate le dita, sai? Nemmeno quella notte di San Giovanni”.

Di colpo ti stacchi. Aggrotti la fronte confusa, scuoti la testa. “... Mi scusi?“. Io non so che dire, adesso. Accenno delle scuse tra un balbettio e l’altro, ma tu hai già girato i tacchi e ti stai allontanando a passo deciso. Rimango a fissare quei tuoi capelli dorati diventare via via più sfocati. Raggiungi i tuoi amici e, continuando a scuotere la testa, dici loro qualcosa indicando nella mia direzione. Tutti insieme scoppiate a ridere e vi avviate al bar.

Ma io davvero, te lo giuro. Nemmeno una volta ho incrociato le dita ballando con te, Antonina.

Antonina.

Antonina…