Brevi storie di ordinaria solitudine – Il cappotto verde

Lei attraversa la strada in diagonale, incurante delle macchine che le sfrecciano accanto.

La coda del vecchio cappotto verde infeltrito che porta addosso -non importa che stagione sia- svolazza leggermente per il passaggio di un’auto maledettamente troppo al brucio. Un clacson suona scazzato. Lei volta lentamente la testa, con un movimento quasi impercettibile, e poi riprende la sua camminata.

Sempre in diagonale. Sempre lentamente. Sempre senza fretta.

Dev’essere uscita dalla pizzeria, penso. Sono le dieci di sera e torna a casa dopo aver consumato una pessima pizza nell’unica pizzeria di zona. Per un attimo la immagino, seduta al tavolo di fronte al televisore, lo stesso che ogni domenica, da vent’anni, i proprietari le riservano. Sanno che le piacciono le trasmissioni di Bonolis, quelle caciarone con un sacco di gente che si umilia gratuitamente e bellissime ragazze che ballano la samba, e per quanto possono cercano di accontentarla. Tranne quando gioca la Juve. Quando c’è la Vecchia Signora, nella pizzeria di via Nizza tutto si ferma.

Me la vedo, ad ordinare una pizza quattro stagioni ed una birra.

“Con tanti carciofini, la pizza. Bionda, Moretti, media, la birra. E mi raccomando alla schiuma”.

La vedo girare nel quartiere da quando ho ricordi. Non sembra davvero anziana, eppure non riesco a credere che sia mai stata davvero giovane.

Si può nascere vecchi? Si può rimanere per un’intera esistenza inchiodati allo stesso, identico giorno? Mese? Anno? Vita?

Un cappotto sgualcito, le spalle curve, i capelli un po’ neri ed un po’ grigi, un po’ pettinati ed un po’ arruffati, né sporchi né puliti, le spalle curve, le borse della spesa tra le mani. Da sempre così.NGS Picture ID:1330287

Non l’ho mai vista parlare con nessuno.

Entra in panetteria, ordina, paga ed esce.

Entra al bar, chiede un caffè, se lo fa macchiare, paga ed esce.

Lancia uno sguardo alle pesche del fruttivendolo, chiede quanto fanno al chilo, scuote la testa, no, decisamente troppo, è ancora presto per le pesche, riprende le sue borse della spesa e se ne va.

Lenta, sguardo abbassato, andatura cadenzata.

Gli occhiali le scivolano sul naso, ma lei li lascia andare per la loro strada.

Se possibile, devono essere ancora più vecchi di lei. E quanto sono spessi! Sono gli occhiali più spessi che abbia mai visto. Da piccola ricordo che rimanevo sempre impressionata dalle loro dimensioni. Mi figuravo che prima o poi le avrebbero scavato il naso fino a sbucare dall’altra parte e zac! tranciarglielo via, di netto. Lo pensavo mentre stavo in coda dal macellaio con mio padre e lei attendeva dietro di noi. Senza guardare nessuno, senza parlare.

In quei sabati mattina della mia infanzia, quando accompagnavo papà a fare la spesa, il pellegrinaggio dei negozi era un tripudio di “Oh, ma che bella bambina!” “Oh, ma com’è cresciuta!” “La vuoi una caramella? Lo vuoi un pezzo di parmigiano? La vuoi una ciliegia?” “Quant’è simpatica!”.

Ma lei no. Lei restava immobile, ignorandomi. Non mi faceva mai un sorriso, mai una carezza, eppure ci vedevamo tutti i sabati, pensavo, che le avrò mai fatto? Sarà colpa di quegli occhiali troppo pesanti se non riesce a sorridere? E non si preoccupa per le sorti del suo naso?

Non aveva lo sguardo cattivo, anzi. Mi ispirava fiducia. Solo, era altrove.

Non credo che sia invecchiata, da allora. E davvero, non credo in cuor mio che sia mai potuta esser più giovane di così.

Crescendo ho smesso di rimanerci male per i sorrisi mancati ed i saluti non ricambiati.

Semplicemente, ho smesso di farci caso.

Poi ho smesso di ricordarmi di salutarla.

Alla fine, devo aver smesso di vederla.

Ma stasera, quando per caso l’ho notata attraversare la strada, con la sua consueta cadenza incurante, qualcosa è tornato alla mente. Come quei ricordi d’infanzia che pensavi seppelliti sotto montagne d’inutile ciarpame mnesico e poi, inaspettatamente, tornano alla luce. Solo che non era un ricordo. Era qualcosa di simile alla consapevolezza dell’esistenza di qualcuno che, semplicemente, avevi archiviato.

E lei, sempre uguale a se stessa, imprigionata a quell’età indefinita che potrebbero essere sessanta come ottanta come millecinquecento anni, sempre stretta alla sua distratta solitudine, come sempre all’oscuro della mia esistenza, tornava a casa.

Assolutamente ignara del fatto che io, dall’altro lato del marciapiede, da quando avevo su per giù quattro anni la osservo e mi chiedo che farà? Dove abiterà? Che mangerà? Parlerà mai con qualcuno? Avrà qualcuno che le fa gli auguri a Natale? Avrà mai dato un bacio sulla bocca? Lo laverà mai, quel cappotto? Lo saprà, che esistono le lenti a contatto?

Nel frattempo sono diventata donna, o perlomeno così fingo.

Ma a volte ancora mi sorprendo a chiedermi se il suo naso sarà in grado di resistere a tutto quel peso, o prima o poi cederà.

Dopo qualche secondo svolta l’angolo e sparisce nella nebbia della sera.

Forse una tisana, una lettura veloce a Famiglia Cristiana, e poi si spegne la luce.

Fino a domenica prossima.

“Con tanti carciofini, la pizza. Bionda, Moretti, media, la birra. E mi raccomando alla schiuma”.

De tu querida presencia, Cuba

Vivir bien es mi venganza” recita una scritta sul muro di un locale gay di Santa Clara, nell’entroterra cubano. Vivere bene è la mia vendetta.

Vivere bene nonostante il divieto di costituire associazioni LGBT valesse ancora fino a pochi anni fa.

Vivere bene nonostante il machismo imperante, quel dovere morale, quasi obbligo, di indirizzare apprezzamenti e versi ad ogni donna che si incontra per strada, perché così capiscono chi è il vero maschio.

Vivere bene e ballare la salsa con tutta l’energia che si ha in corpo, nell’unica serata alla settimana in cui si può essere sé stessi senza avere paura delle conseguenze.

Vivere bene anche per quel ragazzo che camminava per conto suo sul lungomare di Cienfuegos, assorto nei suoi pensieri, con una borsetta al braccio, e procedeva a testa alta nonostante una decina di ubriachi lo seguissero fischiando, urlando e scimmiottando il suo passo.

Vivere bene anche per R., nonostante quelle lacrime che gli hanno velato gli occhi quando, una sera, mi ha raccontato del ragazzo francese di cui si era innamorato qualche mese prima, e che forse non avrebbe potuto rivedere mai più. Perché “Sai, per noi omosessuali quaggiù non è facile come da voi in Europa”. E anche perché il Governo concede molto raramente il visto di uscita ai suoi cittadini.

Vivere bene nonostante si sia nati in un paradiso terrestre da cui non è possibile essere cacciati, nemmeno volendolo.

Vivere bene nonostante i razionamenti mensili bastino sì e no per dieci giorni, e per il resto del mese ci si debba arrangiare, comprando quel che serve a peso d’oro.

Vivere bene nonostante capiti di dover girare mezza La Havana per trovare due uova.

Vivere bene nonostante la polizia non veda di buon occhio che cubani e stranieri facciano cose insieme, passeggino insieme, bevano una birra insieme, e allora parliamo inglese, su, fingiamoci stranieri anche noi, così non ci daranno fastidio.

E vivere bene nonostante noi, turisti che atterrano con molti soldi in tasca e pagano per una cena quello che un bracciante guadagna in un mese. Noi che sventoliamo i nostri iPhone e magari, sotto banco, a volte li rivendiamo pure al corrispettivo di dieci mesi di stipendio di un medico. Noi turisti che veniamo accolti a braccia aperte, coccolati, serviti, riveriti ed intanto additati come l’esempio da non seguire, l’esempio di una civiltà del consumo che sta poco a poco collassando su se stessa. Noi turisti che ci chiediamo se, in fin dei conti, non abbiano molta più ragione loro.

Cuba, terra di passioni e massacri, terra di schiavismo e colonialismo, di dittature, rivoluzioni, altre dittature. Terra di contraddizioni continue. Terra rossa come i campi del Valle del Silencio di Viñales, attraversati da campesinos a cavallo che sembrano inchiodati in un tempo antico.

Un Paese con una delle Sanità migliori del mondo, con l’istruzione gratuita per qualsiasi ordine e grado, dove tutti hanno una casa -anche se cade in pezzi-, un lavoro -o qualcosa di molto simile- e lo stretto indispensabile per campare, a fatica. Ma dove per arrivare alla fine del mese hai bisogno di avere due o tre lavori. Dove, se ti capita, un CUC o due al turista cerchi di spillarli, anche solo per un’informazione data al volo, ché magari con quei soldi ci paghi i fagioli per la cena di domani.

Cuba è un milione e più di cose che si affollano confuse negli occhi dello straniero, si accavallano, sgomitano tra loro per farsi spazio, e rimangono sempre non del tutto comprese.

Cuba sono i manifesti propagandistici ad ogni angolo di strada, il volto di Fidel Castro in ogni ufficio, le gigantografie del Che, le altisonanti frasi di celebrazione, il ricordare costantemente ai cittadini quanto siano uomini liberi in una terra dove è meglio non dire quel che si pensa ad alta voce.

Cuba sono le persone sedute sui gradini di casa ad ogni ora del giorno e della notte.

È l’indolenza delle afose giornate tropicali, quando l’aria è così densa da faticare a scendere nei polmoni ed il calore ti divora la pelle.

Sono le macchine dai mille colori, ma che hanno perso da decenni sospensioni, manovelle dei finestrini, specchietti retrovisori.

È il taxista che ha guardato perplesso me e la mia compagna di viaggio ed ha chiesto “Ma voi due viaggiate da sole? Così lontano? Una donna cubana non lo farebbe mai. Il suo uomo glielo proibirebbe”.

Sono le ventenni fasciate nei loro abitini che passeggiano ondeggiando per l’Habana Vieja accompagnando vecchi bianchi soddisfatti. È la mano di quei vecchi, ricchi bianchi sul loro sedere. È la loro risata compiaciuta.

Sono i suonatori che intonano Chan Chan e Hasta Sempre, Comandante in ogni locale, bar, discoteca, ristorante, strada, perché così il turista è contento e si sente un po’ più folkloristico.

Sono le decine di persone accampate fuori dai grandi alberghi per occidentali nel tentativo di captare un filo di connessione wifi al prezzo di due CUC all’ora, quando va bene. Di più, se compri la tessera al mercato nero. Sono le madri che cercano di videochiamare i figli lontani, quei pochi che sono riusciti ad andarsene, ed ora dall’Europa rimpiangono e rifuggono quella terra rovente.

È il cielo che si illumina a giorno, prepotente, durante le notti di tempesta tropicale.

Sono i bambini dell’Havana che ti rincorrono chiedendoti una caramella.

Le donne che ti avvicinano chiedendoti se non hai per caso una saponetta da regalare.

Sono le ragazze madri che ti chiedono qualche spicciolo per compare il latte in polvere al figlio.

E sono i cubani che ti mettono in guardia dai loro furbi connazionali.

Sono i ragazzi che ti fanno ballare in mezzo alla strada, ti prendono, ti fanno fare le giravolte, ti trascinano su e giù, e dalla scopa che eri finisci per sentirti una libellula.

Sono i vecchi che giocano a carte sulla porta di casa.

È l’anziano guardiano delle auto che armeggia per mezzora con il suo BlackBerry malandato, nel tentativo di mostrarci le foto dei suoi figli, imprecando contro una rotellina che continua a staccarsi e rotolare a terra. Sono i suoi occhi pieni d’orgoglio quando ci mostra la sua famiglia e ci dice “Sappiate che Nelson è sempre qui, ogni notte, nello stesso punto, a fare il suo lavoro. Quando tornerete all’Havana mi troverete ancora qui”.

Sono le pareti colorate. L’odore di papaya ed immondizia nelle strade. Le macerie dell’Havana, la sensazione di esser stati catapultati nel teatro di un bombardamento. Le strade sconnesse, le voragini, i sacchi della pattumiera e gli alberghi di lusso a due passi da lì, con le loro facciate scintillanti, opulente, ammiccanti.

Sono i calessi che procedono lentamente ai bordi dell’autostrada.

Sono gli immensi resort per occidentali, dove gli stranieri si rifugiano al sicuro da truffe, gastroenteriti, cattivi odori, e dai quali escono ogni tanto la sera per andare a ballare ed illudersi di aver conosciuto il vero spirito dell’isola.

Uno spirito che, forse, nemmeno i cubani stessi hanno ancora avuto modo e tempo di capire.

Nel frattempo, tra una corsa di tre ore in taxi ed una crisi cittadina perché è finita la carta igienica, tra un turista che ti dorme in camera ed un funzionario che viene a riscuotere le tasse, trascorrono lente e sudaticce le giornate. Forse tra sei mesi comparirà un nuovo hotspot per il wifi in centro. Forse tra due anni finalmente mi concederanno il visto di uscita. Forse tra qualche anno avrò risparmiato i 5000 CUC che mi servono per comprare casa mia. Forse quando sarò vecchio potrò vedere l’Europa. Forse tra qualche anno la vita sarà un po’ più facile.

Forse. Lentamente.

I dieci tipi umani di Tinder di cui non sentivamo la mancanza

1) Il tizio che carica qualsiasi immagine, fuorché una sua foto.

Ovvio, in un’app che funziona più o meno come il mercato delle vacche perché mai a qualcuno dovrebbe interessare avere una vaga idea di che faccia tu abbia? In realtà sto scorrendo le tue foto perché morivo dalla voglia di sapere che adori Truffaut, Jim Morrison e le camelie. Come no.

2) Il tizio con la reflex davanti agli occhi.

Oh, un fotografo. OMG, soooooo original.

3) Il pilota.

Ritratto alla guida di una macchina non sua esposta in qualche padiglione/raduno/salone, esibisce la stessa espressione di pura ed ineguagliabile gioia di un bimbo di quattro anni a Disneyland.

Quindi, mi stai dicendo che sei infognato di automobili.

Di automobili.

Aspetta, non l’ho sottolineato con abbastanza enfasi: Di. Auto. Mobili.

E me lo stai pure venendo a dire. Fai tu.

4) Il tizio che pubblica solo un dettaglio del volto.

Poi vai a stalkerarlo su Facebook e scopri che dietro quel capolavoro di narice si cela il cugino di primo grado della mummia di Similaun.

5) Il tizio che si finge uomo d’affari con una foto scattata mentre parla al cellulare.

Sguardo assorto, perso a contemplare l’infinito. Giacca nera, primi due bottoni della camicia sbottonati, mano destra in tasca.

Sopracciglia aggrottate in un’espressione che urla “STO SALVANDO LE SORTI DI WALL STREET E DELL’INTERA ECONOMIA MONDIALE IN QUESTO MOMENTO, COCCA, QUINDI SARA’ MEGLIO CHE TU MI MATCHI PRIMA CHE MI TOCCHI DI NUOVO PARTIRE PER ANDARE A TIRAR FUORI DAI GUAI QUEGLI INCAPACI”.

Con ogni probabilità dall’altra parte della cornetta c’è la zia Concetta che gli sta dicendo di tornare presto al paese, che gli prepara le orecchiette con le cime di rapa.

Come piacciono a lui.

6) Il fidanzato.

Lui. Faccione tondo, sorridente, sornione. Sudaticcio.

Mano sulla coscia di lei.

E lei. Al fianco. Sorrisone a trentadue denti in una foto delle vacanze dell’estate prima a Milano Marittima. Sullo sfondo con un po’ di attenzione si scorgono la ruota panoramica ed il paninaro unto che vende panini con la salamella fino alle cinque del mattino.

Che rimani qualswipedche secondo a fissare quella foto, incredula, con una sola frase che ti ricircola in loop nel cervello: “Ma mi pigli per il culo, sì?”.

7) Lo sposato.

Stesso quadretto idilliaco sopra descritto. Solo che lei indossa un abito bianco e lui ha perso il contatto con la -du
ra- realtà svariati Martini prima.

Sullo sfondo, nonno Bartolo che ci prova con la storica coinquilina della sposa.

8) Il papà.

Lui, l’ammiccamento, gli occhiali da sole cool ed il bimbo nel marsupio.

Che va bene la regola di About a Boy sull’attrattività dei padri single, eh, ma se proprio volevo ereditare due pupi facili facili andavo a baccagliare al parco giochi il sabato mattina, non mi riducevo a cavarmi gli occhi su uno schermo minuscolo per capire se quella chiazza sulla tua maglietta è sudore o il rigurgito dell’ultima poppata.

9) Il conoscente.

LO SO CHE NON SEI DAVVERO COSÌ, IMBROGLIONE.

Vediamo se sorridi ancora così se tiro fuori quella foto della grigliata di Pasquetta del 2011. Sì, proprio quella in cui ti limoni il peluche di Chewbecca.
Truffatore.

10) Il viaggiatore.

A giudicare da quelle sei foto, è stato ovunque.

Spiagge paradisiache dalla sabbia bianchissima, cime montuose avvolte dalla nebbia, sentieri scoscesi nella giungla equatoriale. Pare il nano di Amelie.
Spesso e volentieri sfoggia in allegato gli addominali più tamarri che si sian visti in circolazione dai tempi dei calendari di Costantino Vitagliano.

Sognando già viaggi avventurosi al suo fianco, due cuori ed uno zaino Decathlon, gli concedi il beneficio del like.
“Vedo che sei un giramondo!”

“Eh, lo ero. Io e la mia ex viaggiavamo tanto. Poi mi ha lasciato ed io mi son ripromesso di non viaggiare mai più, perché ogni cosa mi ricorda lei”.

Ed attacca a parlarvi di lei.

Vabbè. Mi sa che ad attraversare la Patagonia ci vado da sola.

Ancora un ballo, s’il vous plaît.

Un tempo ti avrei presa tra le braccia e fatta roteare fortissimo. Avrei avvicinato la testa al tuo collo, infilato furtivamente il naso tra i capelli color grano ed annusato il tuo odore d’erba fresca e muschio. Tu avresti riso e detto “Fai un po’ più piano, santo Cielo!” e la notte sarebbe volata.

Adesso invece queste gambe curve mi reggono appena ed ogni passo incerto che compio verso di te è una piccola, personale conquista. Tu mi sorridi interdetta, stringi la mia mano nodosa e ti lasci guidare. Te lo leggo negli occhi che sei perplessa, non capisci bene se ti voglio condurre a destra o a sinistra, accenno un passo di lato e poi torno indietro e tu fai fatica a star dietro ai miei tentennamenti.

Un tango risuona nella sala da ballo ed io non so bene a che ritmo muovermi, a che ritmo portarti in mezzo a questa folla che ci danza intorno disinvolta.

Quanto avvicinarmi a te senza sembrare troppo ardito, quanto rimaner distaccato senza svelare il vecchio impacciato che sono.

Alzo un attimo lo sguardo ed incontro il tuo: è giovane e vivace, perplesso ed al contempo divertito. Avrai non più di venticinque anni. La tua pelle è liscia e chiara, senza nemmeno una di quelle rughe che mi incidono la fronte da ormai molti inverni. I tuoi occhi fissano ostinati la mia spalla mentre a fatica cerchi di seguire il mio balletto impazzito.

Sì, sessant’anni fa ti avrei fatta ballare per tutta la sera. Da giovane ero un ballerino fenomenale e le ragazze, alle feste del paese, facevano a gara per aggiudicarsi una danza con me. E quando finalmente ci riuscivano mi sussurravano all’orecchio “Giura che sei soltanto mio”, ed io giuravo, giuravo sempre, giuravo anche venti volte per notte. Ché non lo potevano vedere che tenevo le dita balloincrociate, mentre le abbracciavo.

La fisarmonica suonava nella piazza del municipio, complice compagna di quegli amori acerbi che alleggerivano un po’ le nostre giornate spese in fabbrica, ed i miei piedi si muovevano leggeri su e giù per l’acciottolato.

Ed i tuoi mi seguivano senza fatica, Antonina. Antonina che di cognome non so più come facessi, questa sciocca testa d’anziano se l’è lasciato per strada. Però i tuoi seni li ricordo ancora benissimo, mi toglievano il fiato mentre mi ballavi stretta, così vicina che il profumo di cuoio che ti portavi dietro mi rimaneva addosso per giorni. Antonina la figlia del ciabattino, che “Oddio, speriamo che mio padre non passi di qui proprio adesso che sto ballando con te, o a casa me la farà vedere”. Antonina che te ne stavi tutto il giorno sull’uscio a lucidare le scarpe dei signori e poi la sera volteggiavi in piazza con la grazia di una spiga di grano mossa dal vento.

Antonina, te la ricordi quella notte di giugno in cui siamo scappati al mare e ci siamo addormentati sulla spiaggia? Ti ricordi quella sabbia umida che si infilava dappertutto, ed ha continuato a caderci dai capelli per una settimana? Ti ricordi i gabbiani, i pescatori, la luna d’estate, i fuochi sulle colline? E che ridere al mattino, quando arrivò Pinuccio, il figlio della Carmela, a biascicare che mezzo paese ci stava cercando, e tuo padre aveva giurato di non fartela passare liscia. “Ma io non l’ho mica capito il perché”, aveva aggiunto. Non era mica tanto furbo, il Pinuccio. Te lo ricordi, Antonina? Antonina…

Mi avvicino esitante al tuo orecchio e bisbiglio “Con te non le ho mai incrociate le dita, sai? Nemmeno quella notte di San Giovanni”.

Di colpo ti stacchi. Aggrotti la fronte confusa, scuoti la testa. “... Mi scusi?“. Io non so che dire, adesso. Accenno delle scuse tra un balbettio e l’altro, ma tu hai già girato i tacchi e ti stai allontanando a passo deciso. Rimango a fissare quei tuoi capelli dorati diventare via via più sfocati. Raggiungi i tuoi amici e, continuando a scuotere la testa, dici loro qualcosa indicando nella mia direzione. Tutti insieme scoppiate a ridere e vi avviate al bar.

Ma io davvero, te lo giuro. Nemmeno una volta ho incrociato le dita ballando con te, Antonina.

Antonina.

Antonina…

 

Fenomenologia dei limoni casuali: un’apologia paracula.

Vorremmo tutti convincerci della veridicità delle parole di Cyrano, quella vecchia storia che “Un bacio è un apostrofo rosa tra le parole t’amo” con cui abbiamo riempito interi diari alle medie e su cui abbiamo sospirato ai primi sbalzi ormonali. Tutto molto bello, tutto molto romantico. Ma la verità è che Cyrano era uno sfigato colossale (tanto da aver ispirato una delle canzoni d’amore non corrisposto più strazianti del panorama musicale del Secolo passato) ed in fondo, a ben scavare sotto gli orpelli e le parole altisonanti, manco Edmond Rostand ci credeva davvero.

Guardandovi indietro, tutti, ma proprio tutti, potrete individuare una quota più o meno imbarazzante di baci totally random di cui ancora adesso, a distanza di anni, non sapete darvi una spiegazione.

In genere funziona più o meno così: in una funzione di proporzionalità diretta

y = f(x)grafico_funz_diretta

definiremo:

y: i limoni a cazzo di cane di cui ci si ricorda al risveglio il mattino successivo, quando la testa è stretta in una morsa di emicrania ed una sola parola echeggia nella mente confusa: “WHADDAFUCK”.

x: ecco, x è un’entità di difficile definizione. Sarebbe semplicistico e vagamente paraculo indicare il valore di x solo in base alle unità alcoliche in circolo.

x è più complessa e variegata di una mera alcolemia, x racchiude in sé il senso di colpa, l’insicurezza, la gratitudine, l’ex incontrato mezzora prima mentre portava a spasso le gambe chilometriche della sua nuova dolce metà, la sessione esami alle porte, la confidenza, la depressione, le scarpe che fan male.

x è diversa per ognuno di noi.

Pertanto, tralasciando il già ampiamente analizzato e sviscerato limone alcolico, cercheremo qui di raggruppare questa misteriosa entità in alcune macrocategorie che mettano un po’ di chiarezza in questa corsa ad ostacoli che ci han detto chiamarsi vita.

1) Il limone di cortesia.

È venerdì sera e la connessione Internet è saltata. Dev’essere quello stronzo del vicino che vi ha craccato la password del wifi: non avete le prove, ma sapete che è così. Di leggere un libro non se ne parla nemmeno, dopo tutto il giorno passato tra lezioni e studio la sola idea di impegnare il vostro povero cervello stremato vi fa salire la nausea. Vi state arrendendo alla prospettiva desolante di fare zapping alla tv (vi vedete già, da lì ad un’ora, a bere birra Poretti davanti alle repliche di Ciao Darwin), quando ecco il deus ex machina giungere a salvare la vostra serata: la notifica Whatsapp.

“Ciao! Che fai stasera? Ti va di cenare insieme?”

Rapido calcolo mentale: su un piatto della bilancia una cena con un semisconosciuto a cui avete lasciato il vostro numero in un impeto di ingiustificata generosità, così sconosciuto che non siete nemmeno tenute a sforzarvi di risultare interessanti e brillanti; sull’altro, la Poretti in tazza grande, Bonolis, i piatti da lavare e la tuta, che va bene il relax, ma di lì a finire come Bridget Jones il passo è breve.

Vi vestite velocemente, senza neanche prestare attenzione al look, che tanto è solo una pizza in amicizia e tassativamente ve la pagherete voi a scanso di equivoci, che grazieaddio la cavalleria è morta e va benissimo così.

La cena procede un po’ a singhiozzo, qualche risata, qualche momento di imbarazzo, il tipo semisconosciuto che si rivela più marpione del previsto ma voi, con un’agilità degna di Matrix, schivate tutti i tentativi di avances e disinvoltamente tornate a parlare della polenta concia di vostra nonna.

Arriva la sospirata fine della cena. Andate un attimo in bagno ed al ritorno, brandendo il portafogli come un’arma, sfoderate il vostro sorriso più cordiale e proponete: “Chiediamo il conto?”.

Ma ecco che, sferzante e quasi canzonante, arriva la risposta più temuta:

Tranquilla, ho già fatto io mentre eri in bagno“.

Sorride. Un fascio di luce gli colpisce il canino destro e vi rimbalza negli occhi. Un sopracciglio si muove impercettibilmente, a metà tra il “Và, che Rhett Butler del XXI Secolo che sono” ed il “T’ho fregata, mò sei mia”.

Provate a balbettare che assolutamente no, si fa fifty-fifty, non è proprio il caso. Iniziate a tirar fuori tutte le banconote che avete nel portafogli, il bancomat, la Poste Pay, l’abbonamento ai mezzi pubblici, la Carta Fedeltà di Sephora, la fototessera di vostra cugina diggiù; cercate di intercettare il cameriere, che sfugge ai vostri placcaggi con agilità felina; vi fiondate alla cassa, dove un altro cameriere connivente ha già ricevuto istruzioni di non proferir verbo sul conto.

Alla fine, di fronte all’evidenza che, ormai, non uscirete da quel non richiesto empasse cavalleresco, abbassate la testa in segno di resa e mormorate un “Beh, allora grazie“.

Voi ed il vostro infido accompagnatore uscite dal ristorante e vi avviate alla macchina: lui con il passo tronfio, voi con una tristezza negli occhi che non si ricordava da quando è morta la mamma di Bambi.

L’auto parte. Lui spara nelle casse un remix di Rino Gaetano e voi vi sentite già un po’ morte dentro. “E Berta filava! TUMP TUMP TUMP” Dai che mancano solo venti isolati. “Filava la lana! TAN TAN TAN” Quindici. “Filava l’amianto! [giro di dance anni Novanta]”. Dieci. “Del vestito del santo! [bassi selvaggi]”. Cinque isolati. Meglio preparare le chiavi. “Filava con Mario e filava con Gino”. Arrivati, Dio ti ringrazio.

Brandendo le chiavi a mò di spray al peperoncino accennate un “Beh allora grazie della ce-“. Le parole vi muoiono in gola. Il vostro intraprendente accompagnatore si è già lanciato in un remake di Casablanca. Dopo due minuti buoni riuscite finalmente a staccarvi, riprendete fiato ansimanti e vi asciugate le labbra.

Scendete dalla macchina.

Grazie ancora, buona notte e buona vita.

2) Il limone di compassione.

Il limone compassionevole è, in effetti, ancor più da stronzi del precedente. È la palliazione che si concede al malato terminale, il contentino, la pacca sulla spalla, il cinque alto dei papà americani accompagnato dal classico “Ciao, campione!“.

Ne usufruiscono in genere friendzonati di buona volontà e singolare caparbietà, dopo mesi di corteggiamento serrato, pomeriggi di saldi, posti tenuti in biblioteca il sabato mattina (quando alle otto sono già lì a sgomitare e contendersi il tavolo con un nerboruto studente ISEF solo per potervi poi inviare quel “Posto preso. Fai pure con calma” -ed intanto giacciono a mò di Uomo di Vitruvio per impedire a venti pakistani incazzati di impossessarsi del sudato trofeo) e proposte respinte al mittente di birre-aperitivi-cene-cinema-teatro-circo-mostre-musei-esibizioni di dervisci-concerti al conservatorio-a Spazio211-in chiesa-al cimitero.

Alla fine ci arrivano, eh. Ma nel momento stesso in cui ricevono l’agognato bacio sentono già quel retrogusto di pat pat sulla testa e “Scusa, non so che mi è preso” che, di lì a poco, giungerà inesorabile e disarmante come un tweet di Gasparri.

3) Il limone di Tinder.

Variante del limone di cortesia che si deve al tizio conosciuto poco prima sulla tristemente nota app d’incontri.

Ché io non uso mica Tinder come lo usano tutte, chiariamo subito questa cosa amigo, però vuoi mica che questo mi pigli per una di quelle scope in culo che lo usano solo per bonificarsi l’ego in premestruale, metti mai che tra un mese mi giri di rivederlo, poi come si fa, non si sa mai la vita che piega prende.

Va da sé che nel 99% dei casi si conclude anche qui con un Grazie, buona notte e buona vita.

4) Il limone di consolazione.

Il limone di consolazione potrebbe essere erroneamente confuso con il limone di compassione. Ma attenzione, l’errore sarebbe assai grave.

Il limone di consolazione è un vero, sincero, spassionato atto di amicizia verso un amico in difficoltà.

Un vostro amico siede di fronte a voi afflitto da tormentosi pensieri, la cui natura spazia da un amore non corrisposto ad un esame andato male, passando per il Capo tiranno, la madre con gli acciacchi e l’amico d’infanzia partito il giorno prima per ritrovare sé stesso in Tibet. Avete esaurito tutti le argomentazioni per ricordargli che tutto sommato potrebbe andare peggio, potrebbe piovere, potrebbe avere Matteo Salvini vicino di casa che gli parcheggia la ruspa in giardino, potrebbe avere la gonorrea. Nulla sembra risollevargli il morale.

Vi resta solo una carta: il limone di consolazione.

E ve la giocate con una nonchalance tale che nella vostra testa risuonano i famosi novantadue minuti di applausiL’avete risolta egregiamente.

Il giorno dopo vi farete quattro risate, ma quanto meno per il momento la situazione è salva.

Ricordatevi che il limone consolatorio leva sempre da svariati impicci.

Se Mussolini avesse piazzato all’amico Adolf un limone di consolazione quando lui si lagnava perché Eva Braun flirtava un po’ troppo con Göring forse le cose sarebbero andate diversamente.

In memoria di un Piton

D’accordo, come sottolineava anche il genio di Zerocalcare in una striscia di un paio d’anni fa, quando muore uno famoso il web impazzisce. La gente si spertica in commiati struggenti e per qualche giorno la home dei social network diventa più monotematica di un post di Mario Adinolfi. E’ altresì vero che questo 2016 è iniziato portandosi via dei Giganti, e già mi vedo Dustin Hoffman toccarsi scaramanticamente un po’ ovunque di fronte a questa ecatombe.

Però devo dire che la sincera commozione con cui è stata accolta la notizia della morte di Alan Rickman mi ha colpita. Alan Rickman aka Hans Gruber aka Sceriffo di Nottingham aka Colonnello Brandon in Ragione & Sentimento aka Harry il marito (quasi) fedifrago in Love Actually aka innumerevoli altri ruoli impressi nella storia del cinema. Ma, soprattutto, per noi della generazione di fine Ventesimo Secolo, aka Severus Piton.

Oggi pomeriggio la mia home di Facebook era invasa di foto, di GIF dell’intramontabile “After all this time?” “Always”, di video, di frasi di saluto, che dimostravano come gli ex ragazzini degli anni Ottanta-Novanta siano tuttora legati in maniera viscerale al personaggio di Piton.

Ed in effetti, pensandoci, con Alan Rickman se n’è andata l’incarnazione di una figura che, nella nostra infanzia-adolescenza, ha avuto un ruolo piuttosto peculiare.

Piton il professore carogna, dal passato oscuro ed inquietante, Piton l’unticcio, detestatissimo per sette lunghi libri. L’adulto che, in un mondo in cui tutti si prodigano in “Ma che bravo, Harry” “Ma come hai fatto bene la cacca, Harry” “Come sei stato coraggioso, Harry”, rimette al suo posto il ragazzino, con arroganza, prepotenza e giusto due righe di astio, sì, ma ricordandogli che di strada da fare ne ha ancora tanta.

Ma, sopra ogni altra cosa, il personaggio che ci ha insegnato che, come cantavano i Cani, nella vita capita anche che: “I cattivi non sono cattivi davvero. E i nemici non sono nemici davvero. Ma anche i buoni non sono buoni davvero“. Insomma, che la vita reale è un po’ più complessa della dicotomia Buoni vs. Cattivi a cui ci avevano abituati le fiabe. Che nella vita di un uomo può capitare di inciampare e sbagliare, imboccare strade scoscese e poco illuminate, ma che si può sempre trovare una buona ragione per tornare indietro e riscattarsi. E Piton proprio nel suo amore disperato, chiuso in un ritiro astioso e nei suoi ricordi, trova il motivo ultimo per il gesto più coraggioso di tutti: mettere a rischio la sua vita quotidianamente, fare il doppio gioco, farsi odiare da tutti e, alla fine, sacrificarsi. Fino a ribaltare il suo ruolo e diventare, all’epilogo della saga, il vero Eroe silenzioso sulle cui spalle si sono rette le sorti di un intero Mondo.

E ci ha insegnato anche che gli amori non sempre sono il quadretto idilliaco di Harry e Gin che si baciano in Sala Comune, o Hermione e Ron che ci mettono sette, snervantissimi anni a confessarsi i reciproci sentimenti. A volte è una delusione, è il contrario del lieto fine, è passare la propria esistenza a nutrire un amore non corrisposto per qualcuno ed osservarlo di nascosto metter su famiglia con un altro. Un altro per giunta odiatissimo, che ci ha rovinato l’adolescenza bullizandoci senza pietà.

Perché capita anche quello, capita di esser presi a sonori schiaffoni dal destino, e questo a sedici anni spesso sfugge, presi come si è da un turbine di ormoni ed innamoramenti acerbi.

Insomma, per noi che avevamo su per giù l’età dei protagonisti quando è uscito Harry Potter e i Doni della Morte quell’Eroe sfigato ed immensamente coraggioso è stato un primo passo verso l’età adulta: la consapevolezza che prima di lasciarsi ingannare dalle apparenze ed abbandonarsi a giudizi poco lusinghieri è bene prendersi un po’ di tempo.

Che non si sa mai che dietro al collega schivo ed incattivito non si nasconda il coraggio di un Piton che, negli occhi di un bambino che va a scuola, rivede quelli del suo Amore d’infanzia.

Ciò che chiamiamo Casa

Qualche sera fa la mia nonna novantenne se ne stava sdraiata sul divano a guardare Masha ed Orso. Arriva mio padre, la saluta e le dà un bacio.

“Nonna, lo sai chi è lui?”

Ci pensa un attimo. “No che non lo so”

“È tuo figlio, nonna!”

Lei si gira a guardarlo, assume un’espressione tra il perplesso ed il confuso e gli fa: “Lei dice che sei mio figlio” Alzata di spalle. “Le credo”

Mio papà, un po’ deluso, le dà un altro bacio e si allontana.

Passa qualche secondo e la vedo asciugarsi una lacrima.

“Che hai, nonna? Perché piangi?”

“Non lo so. È che… Anche se non so più chi siete, quando ve ne andate io… Mi viene qualcosa qui…” Si indica il cuore “… E ci sto male”.

Ecco, assistere al lento andarsene di una persona che giorno dopo giorno c’è un po’ di meno è logorante e doloroso. Ti chiedi come ci si debba sentire nel rendersi conto di non sapere più chi si è, chi siano quelli che ti vorticano intorno, chi sia quel signore a cui sei abbracciata in una vecchia fotografia sul comodino. Come sia avere dei dubbi su come fossi da giovane, che sapore dovesse avere saperti cucinare una minestra, saperti cucire a maglia una sciarpa, saper fare calcoli e salutare i vicini. Poi un giorno probabilmente quei dubbi smettono proprio di esistere.

Però quella lacrimuccia nel veder andar via qualcuno che ami, che non sai nemmeno che ruolo abbia e perché sia in casa tua, ma qualcosa ti si muove comunque dentro vedendolo, penso che sia l’istinto a cui tutti ci aggrappiamo quando la razionalità scivola via.

Dev’essere quello che comunemente chiamiamo casa.